Pioggia d’estate

E poi, pioggia d’estate…
Sapete che cos’è una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pura che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo. Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici in una uova nascita. Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri umani come un respiro infinito. Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.
Muriel Barbery-“L’eleganza del riccio”

La Germania quest’anno è stata la mia pioggia d’estate. Con il grande privilegio di conoscerla dal basso, offerta per mano dei suoi stessi umani che se ne cibano e che la nutrono, ho fatto un raccolto inaspettato. Le foglie di quel campo mi dicevano altro: rigore e asprezza, caparbietà e inflessibilità, freddezza, diffidenza e ritrosia. Quelle zolle mi apparivano alla vista così aride che non mi capacitavo di quanto potessero essere feconde. Neanche immaginavo che quelle piante potessero concedermi dei frutti. Così carichi di spirito, poi. Squisiti, piacevoli.
Eccomi allora su e giù per Heidelberg, frastornata da un sole cocente che sento parente con quello di Capri. E’ caldo, ma rispettoso. Non abbatte. Scalda e calma. Mi insinuo tra i vialetti dell’orto botanico dell’università. Le piante che incontro sono fiacche, smunte, sembrano tirare avanti solo per quel minimo che basta a sopravvivere. I fiori sono rari, si vedono solo arbusti e verde qua e là, come se il colore dei petali fosse una superflua frivolezza da non contemplare. Un po’ come i Tedeschi: spartani, essenziali e soprattutto orientati alla funzionalità dei gesti e delle cose.
La Traupenhaus, la serra tropicale, è invece quel mondo sommerso che ho scoperto in Germania. Da loro ho capito che non c’è occasione per essere ospitali che venga persa, che la cordialità non è un vestito ma pelle, che ci sono sempre mille ragioni per fare festa, trovarsi con altri splendidi umani, condividerci la vita.
img_20160727_214233L’umidità ti entra nelle narici appena apri la porta e ti affacci in quel rigoglioso mondo vegetale. Piante che sbucano da ogni dove si propongono in forme inimmaginabili, magari poco accattivanti, ma senza dubbio uniche e preziose. Certe foglie paiono fatte di pelliccia, molte sono enormi, altre sono così minuscole da formare un unico cuscino di verde. I fiori hanno dimenticato cosa siano i petali, si travestono da animali e forse provano la vertigine dell’istinto. Il custode ripete per tre volte la stessa frase da una porticina secondaria. Come ci si può aspettare che io capisca quello che ci dice? Poi: sia mai che mi chiede di uscire da quello splendore! E lì arriva un improvviso fruscìo, che all’inizio sembra come di foglie al vento, poi si fa più intenso e infine prorompe in una fitta scrosciata di microscopiche gocce d’acqua. Era l’ora della pioggia. Quelle bizzarre forme di vita tanto assurde mi hanno permesso di scoprire il loro segreto di perpetuo brio. Mentre in mezzo a gridolini multilingua i turisti fuggivano da quella piccola tempesta al chiuso, io non ho potuto fare altro che sentirmi grata ed euforica in quel tumulto di vitalità. img_20160928_001215Ho rinunciato alla fuga, ho assaporato ogni istante di quello scorrere liquido sulla mia pelle. Quelle gocce erano finissime e addosso erano come un rapido passare di elettricità. Sul viso punzecchiavano le guance e raffrescavano le palpebre. Nel cuore comunicavano un sentore di infinito, di pienezza. Mi hanno parlato di un inaspettato angolo nascosto, soprendente, umano, che stavo e sto scoprendo a poco a poco. E in tutto quello sicuramente, a un certo punto, ho anche sorriso.

Liebster award 2016!

liebster-award-2016.pngCon grande piacere sono stata nominata per questo premio.
Vi trascrivo le regole da seguire e poi vi lascio alla lettura.
1) Scrivere un post sul Liebster Award, comprese le regole, non dimenticando di inserire il logo del premio.
2) Ringraziare chi ti ha nominata.
3) Rispondere alle 11 domande scelte per voi
4) Nominare a tua volta altri blogger che apprezzi e porre loro 11 domande
5) Informare i blogger di questo premio

1. Qual è la lezione più importante che hai imparato grazie ai tuoi viaggi?
Dopo molto tempo e con non poca fatica ho smesso (o almeno ci provo) di ostinarmi a cercare qualcosa di familiare a tutti i costi nel luogo che sto visitando. Presente “questo scorcio somiglia a…”, “questo bar mi ricorda quella volta che…”?  Ecco, ora si smette!
Il mio viaggio sta prendendo sempre più consapevolezza e, proprio per questa mindfulness, è da godersi qui e ora. E’ impressionante accorgersi di quanto lo spostarsi, il vivere una strada diventi più intenso.

2. Hai mai provato a cucinare un piatto straniero che hai assaggiato all’estero?
E’ proprio il principo del mio grido di battaglia sivassivà. Credo che più che il desiderio del rivivere una sensazione già vissuta sia la voglia di prolungare una percezione provata in viaggio, portarsela a casa, in qualche modo.

3. Ti è mai capitato di associare una città che hai visitato a una particolare canzone? Una visitata no…bella domanda! C’è un’esperienza però che è in coda nella lista delle cose da fare nella vita ed è “ascoltare un pezzo di Cole Porter al Central Park di New York”. Sono fisse strane, posso capirlo!

4. Qual è l’esperienza più bizzarra che ti sia mai capitata durante un viaggio?
Un ricordo lontano nel tempo, ma relativamente vicino nello spazio. Piccola pensione in Valle Isarco, a conduzione che più familiare non si può. Dopo praticamente una settimana di colazioni a pane, burro e miele, un bel giorno a tavola non c’è traccia di quest’ultimo. Chiediamo alla nonnina (che in Italiano sapeva dire solo “manciare ore sette mezzza) di averne un po’, nel caso non fosse terminato. Lei ci guarda, nessuna espressione in volto e impassibile ci risponde “noi mai avuto miele”. Ancora in famiglia si racconta con grandi risate questa avventura. Chissà che cosa avrà capito!

5. C’è un film che risveglia il tuo desiderio di partire? Ce lo racconti?
Tutti i Woody Allen di sempre. Sì, perché quel genio di uomo, con il suo raccontare instancabile, mi regala una visione sul mondo carica di poesia, da scrittore frenetico quale è. Quindi mi fa venire una voglia matta di viaggiare e di scrivere allo tempo e credo non ci sia niente di più meraviglioso. Dio quanto vorrei sedermi su quella panchina di Manhattan e stare lì a ore! Per non parlare di quanto farei volentieri un bel giro su quell’Alfa Romeo rossa guidata da Colin Firth su e giù per la Costa Azzurra in Magic in the Moonlight!

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6. Prima di ritornare da un viaggio, compri cartoline o souvenirs da riportare con te a casa o da donare alle persone a te care?
Partire con la valigia vuota per poterla riempire di cibo vale?

7. Qual è il tuo posto preferito nella tua città o nei dintorni?
Grazie Fabiana per questa domanda. Percepisco alla grande l’amore che hai per la tua terra.
Volterra è la mia città ideale e ve ne ho già parlato ampiamente. Amo di lei il fatto che il mondo passi da qui e che io possa vedermelo scorrere accanto (anzi sguazzarci dentro) tutti i giorni. Il mio posto preferito, quindi? La piazza principale, la piazza dei Priori. D’estate, possibilmente. Strapiena di turisti, grazie.

DSC02644.JPG8. Hai un articolo preferito tra quelli scritti finora sul tuo blog? Raccontacelo, spiega il motivo della tua preferenza e aggiungi il link relativo.
L’arrivo a El Toboso. Ogni volta che lo rileggo sento ancora l’afa asfissiante di quelle strade e percepisco l’anelato (e poi disilluso) sollievo del tramonto tra i mulini a vento. Di questo villaggio che regge tenace nel mezzo del nulla ancora non mi capacito. Sembra caduto lì da chissà dove. Se ne sta lì, con forza, nel cuore del niente.

9. La tua citazione di viaggio preferita?
“La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo” (Fernando Pessoa)

10. Cosa significa per te viaggiare?
Questa domanda è scorretta. E’ come chiedere a uno scrittore “perché scrivi?”
Io rispondo con le parole che mi sono nate dopo la lettura de Il richiamo della strada.
L’ebbrezza del mettersi in cammino è un modo di vivere costante, non un avvenimento che si ripete, ma un sentimento che ci accompagna, convive con noi e si manifesta nel quotidiano, a ogni progetto che intraprendiamo, per tutte le volte che ci stupiamo di fronte al Nuovo. Il rituale del viaggio è un’arte che pochi si decidono a vivere in modo pieno, per non correre il rischio che comporta ogni scelta di folgoranti emozioni, ma la meraviglia, per chi riesce a raggiungerla e a concedersela, sta nel comprendere finalmente che partire è ogni secondo cercare quell’euforia data dalla scoperta, quel coraggioso esporsi che affrontiamo per farci trafiggere dal Bello.

11. Quale museo ti ha affascinato maggiormente?
Tralasciando il cuore che mi si è fermato al Museo d’Orsay, vado anche stavolta a ripescare un ricordo relativamente lontano. Lo faccio anche con tanto amaro in bocca e, soprattutto, tanta rabbia. Sì, perché una di quelle occasioni in cui da bambina sgrani gli occhi per lo stupore è stata per me La Città della Scienza di Napoli. Complice sarà stato il fatto che ero frastornata dalla città là fuori, dai suoni, dal caldo, ma quella giornata lì dentro, al fresco e con così tanto da scoprire, mi fece sentire pienamente felice. Ciò che ho respirato penso si chiami libertà: non c’erano strade da attraversare per mano, né si vietava di immortalare i ricordi con delle fotografie. Lì l’imperativo era toccare, provare, vivere. Ogni esperimento era costruito per essere verificato e bambini e grandi si scoprivano curiosi insieme. Le risate che ho fatto lì dentro le conservo con grande cura e aspetto speranzosa di vedere quel luogo presto di nuovo pronto e più agguerrito di prima per regalare a tutti questa libertà.

Mi perdonerete se le mie nomine per i Liebster Award trascurano un po’ tutte le regole del numero di follower e cifre minime varie. Le mie scelte sono tutte dettate dal cuore e ho cercato anche di motivarle. Ecco quindi, secondo me, i meritevoli del premio:
I rintronauti, perché sono in qualche modo i miei vicini di casa. Mi garbate proprio!😉
La Golondrina, ché, anche se non scrive di viaggi (non sempre, almeno), è così che l’ho scoperta. Benedetto sia quel giorno: sei forte!
Photographer of dreams, perché mi fa sognare sulla mia Barcellona. Vederla per quelle strade mi lascia tranquilla, perché sento che la città è in buone mani. Grazie!
TravelmoodItaly, mia prima vera musa ispiratrice. E’ stato il blog della svolta, quello che mi ha fatto dire “devo farlo!”
Turisti per sbaglio, perché hanno un modo di porsi senza fronzoli. Sono originali, schietti e buffi. Un abbraccio a Frodo!

Un grazie super va a Viaggi di una Conchiglia, che, con questo premio, mi ha permesso di scrivere un (bel) po’. Anche io avrei scelto te.

Ecco le 11 domande per voi: tadàn!😀 Sono le stesse a cui ho risposto io! Non ho voluto cambiarle, le trovo perfette così.

La butifarra negra al Can Paixano

La Catalogna è una regione della Spagna dove non ci si perde in convenevoli nel mangiare, per quanto sia elegantemente curato e ragionato.
Prima di ricordarsela per il famoso chef Ferran Adrià e la sua cucina molecolare, c’è da accorgersi che la cucina catalana è terra, è anima, è qualcosa che sa di radici. E’un po’ come le lasagne della nonna la domenica: non è il fatto che sia brava a farle, che quel sugo sia fenomenale: c’è tanto di più dietro e forse è solo quello, addirittura! A casa della nonna c’era quella tovaglia o quel determinato soprammobile, oppure quel cuscino che ti metteva sulla sedia per arrivare meglio a tavola, quei piatti usciti da chissà quale epoca, insomma tutte cose, sono convinta, senza le quali le lasagne sarebbero state solo lasagne. Questo è ciò che si sente quando si mangia in Catalogna; che sia un panino per strada o una montagna di chiocciole al ristorante, si vive quel momento come un esercizio primordiale di cui improvvisamente ricordiamo tutti i dettagli.butifarra negraLa botifarra negre (che deve rimanere catalana anche nel nome) è la palese dimostrazione che “nel cibo non c’è spazio per il razzismo”. Uno degli innumerevoli insaccati spagnoli – o embotit, che già dà più il senso di pienezza -, questa sorta di mallegato iberico si mangia bene come una comune salsiccia. can paixanoNon bisogna farsi guidare dagli occhi: è nera, non la sceglieresti mai. Assaggiata ovviamente nella mia stimata Barcellona, le esperienze più succulente che mi ha dato sono state quella al Meson Burgales, una birreria nel centro storico che sembra caduta da chissà che posto, e al Can Paixano, un locale che meriterebbe ore e ore di racconti e dove vi propongo di gustarla la prima volta. E’ vicino al mare, quindi ci si va stringendo i denti perché ci si aspetta l’orda di turisti in infradito, ma si rimane frastornati da rumori e sapori e dallo stupore di trovare più locals di quanto ci si era immaginati. Sorprendentemente è un posto che sa di mare, ma nella maniera più bella e selvaggia, con un fascino piratesco e bohémien. Anche a pranzo c’è da mangiare per un flotta intera e non ci si capacita di quanto possano essere così veloci a prepararlo per così tanta gente.
Queste le fasi: 1) scordarsi di volersi sedere 2) far predominare la pancia e la fame sulla buona educazione, se si vuole raggiungere il bancone 3) scegliere dal menu appeso a metri di distanza e in fretta, se non si vuole essere abbandonati per il cliente affianco (vi sto risparmiando questo momento di ansia) 4) prepararsi per un numero da fare invidia agli acrobati dei migliori circhi, perché appena arriva il tuo panino segue a ruota ciò che hai ordinato da bere. La rapidità deve essere alta soprattutto se si è ordinato il cava rosado di loro produzione.cava rosada Certi che a breve qualcuno lo chiederà, infatti, ne riempiono un bicchiere dopo l’altro e invadono tutta la lunghezza del bancone. Di quelli che vedi non si sa bene quale sia di chi, ma hai una certezza: uno potrebbe essere il tuo. Prendilo.
5, 6 7, 8,…) Ecco che, mentre cerchi di tenerti in piedi in quella folla in estasi e, non di meno, fai di tutto per tenere in equilibrio il tuo panino caldo in una mano e il calice tra due dita, avvicini la botifarra negra alla tua anima e perdi il conto dei giorni, delle ore, degli anni che hai, delle persone che stanno cercando di sfamarsi intorno a te, delle volte che hai messo in bocca un panino in vita tua, dei viaggi che hai fatto a Barcellona e a un certo punto tutto si ovatta. E’ il silenzio. Passa poco, giusto quanto basta perché tu ti accorga che musica ti passa per le papille gustative quando la squisitezza rotonda, tenera e liscia dei ciccioli del maiale, che con il calore si sciolgono appena, entra in contatto con la compattezza asciutta e puntuta del sangue cotto per esplodere insieme in questo contrasto ancestrale.
Smetti di esistere e nello stesso momento ti senti immortale e vorresti vivere per sempre in quello stato di pace che, non ti saresti mai aspettato dati i comuni pregiudizi, ti ha concesso quel bruto, rozzo e poco fine sanguinaccio.

Annie

Annie è una ragazza con le bollicine, cioè è molto più che spumeggiante. Intorno alla sua faccia decorata di lentiggini si ritrova un rincorrersi di ricci rossi che la fanno sembrare un personaggio fiabesco. Si entusiasma per tutto, non c’è oggetto, espressione, racconto che non le faccia uscire un “oh” di sorpresa. Tutto è uno spettacolo, per lei.
Di solito si sveglia in Canada, più precisamente a Toronto, in Ontario. Ci sta divinamente, si dice estremamente felice di vivere in posto dove non esistono Canadesi-tipo, a parte per la caratteristica comune (forse un po’ stereotipata) di essere molto gentili e accoglienti. Quando le chiedo qual è la prima cosa che ama del suo Paese e, soprattutto, cosa la fa sentire legata a quello, mi stupisce con un “il fatto che siamo tutti diversi”. Mi dovrei fermare qui, credo che basti per capire la grandiosità di questo pezzo di mondo, ma invece insisto e lei senza un ma mi spiega chiaramente che essere tutti immigrati è ciò che li porta a provare sempre cose nuove senza paura e a non temere i cambiamenti e gli sconvolgimenti della società e del tempo. Accettare le novità è per loro la normalità e forse è qui che si sono guadagnati la fama di welcoming people: essere aperti verso i visitatori diventa un gioco da ragazzi, a quel punto.
– Cos’è che i turisti ignorano del Canada? – le chiedo. Mi aspetto un elenco di musei o parchi e lei, coerente, mi spiazza di nuovo. – Il nostro sistema sanitario. Con quello degli Stati Uniti non c’è proprio confronto. –
– Chi viene in Canada, poi, non fa altro che aspettarsi degli “eh“, però non è vero che lo diciamo  spesso, dai. Non credo, almeno – Mi faccio spiegare meglio e quello che riesco a capire è che si tratta di una sorta di intercalare che loro piazzano praticamente ovunque, in particolare per dare enfasi alle esclamazioni. Mi mostra anche un video divertente. “Dire yeah e basta non rende l’idea della gioia. Vuoi mettere con yeah-eh?” Attenzione perché è qualcosa di tremendamente contagioso, adesso penso un eh in fondo a ogni frase: aiuto!
Annie si immagina che se il Canada fosse un colore sarebbe sicuramente il rosso, un po’ per la bandiera, un po’ per i paesaggi autunnali. Le caratteristiche uniche che la natura ha nella sua terra sono un’altra cosa di cui va fiera. Mi fa sognare quando mi racconta che la sua oasi di pace perfetta è il suo cottage di famiglia sul lago Erie. – Se mi chiedessero di scegliere un posto in cui piazzarmi e godere della vita sceglierei proprio quello – mi confessa. Mi bastano un paio di foto per capire perfettamente cosa intenda.
Insiste più volte per andarla a trovare a Toronto, devo andare ad assaggiare la poutine in ogni modo, secondo lei. Con questo nome elegante mi immagino una misera porzione artistica di una complicata ricetta servita in un piatto très chic. Mi sbaglio. Mi sbaglio di grosso. Il loro piatto nazionale altro non è che una montagna di patatine fritte, più sono meglio è, specialmente perché vanno rotolate una a una dentro una salsa succulenta e ti devi rigorosamente sbrodolare ovunque, mentre le sfili dal mucchio giocando a un improbabile shanghai culinario. A mo’ di lasagna si alternano alle patate strati di certi cheese curd, ovvero dei ricciolini di formaggio che devono avere un sapore potentissimo. Siccome è poco ci va anche colata una sorta di brodo di cottura della carne addensato, detto salsa gravy, che dà alla catasta un tocco di colore e di gusto. Non so voi, ma per me potrebbe bastare a prendere un aereo e partire. Annie, arrivo!

Festeggiamo come si deve!

E’ arrivato il momento di far soffiare le candeline anche a questo blog senza meta apparente, un po’ fra le nuvole e un tantino atipico. A dire la verità il suo compleanno è stato a novembre e non è tanto quello che voglio festeggiare: preferisco ricordare un articolo a cui sono affezionata. Un anno fa, in un momento di nostalgia, vi ho raccontato di un’esperienza idilliaca davanti a una paella che più vera non si può, una storiellina breve ma che è parte di uno dei miei viaggi che davvero ho amato di più. Poi oggi sarebbe stato anche il compleanno di Elvis, che mi sembra già un buon motivo per aver qualcosa di cui gioire. ツ
Ovviamente le migliori feste si fanno con un bel gruppo di amici, ecco perché a tutti i viaggiatori come voi (che mi seguiate dal primo giorno o che siate arrivati da qualche ora) voglio regalare un GRAZIE con un giveaway semplice ma sicuramente gradito dai globetrotter autentici.

Come si fa?
– Scrivete dove più preferite (tra Facebook, Twitter o Instagram) due righe che completino questa frase: “Mi sento in viaggio quando…“, nel vero spirito di Sivassivà, come vi ho raccontato qui
– Aggiungete una vostra foto che vi fa stare bene e che rappresenta il vostro viaggio a km 0. Può essere il vostro gatto, una torta speciale, il vostro giardino, vostro figlio, il divano di casa, qualsiasi cosa vi faccia sentire in vacanza anche se non lo siete.
– Inserite l’hashtag #sivassivà e taggate l’account del blog: Facebook, Twitter o Instagram

Chi vince?
Chi mi emoziona! Sceglierò con la pancia le parole che più mi hanno stupito e fatto sospirare. Il trucco? Leggete qualche mio articolo per conoscermi meglio e sarete pronti a entusiasmarmi. C’è tempo fino alla mezzanotte del 22 gennaio 2016.

Cosa si vince?
Si vince un viaggio. Sì, certo, quando mai? Beh, non proprio, ma sicuramente è un premio che immediatamente ti fa dire sivassivà e che in viaggio ti ci riporta ogni volta che lo sfogli. Si tratta di un originalissimo quaderno da viaggio (vi avverto che è in Inglese), pieno di idee curiose e suggerimenti per andare a zonzo in maniera non convenzionale e che ti farà ricordare di averlo vinto proprio sul tuo “atypical travel blog” di fiducia.

Dunque in bocca al lupo a tutti. Sbizzarritevi!
Eleonora

C’era una volta un re…

…che non era nemmeno poi così intraprendente. Aveva di buono, se così si può dire, che adorava essere elogiato da mattina a sera. Pessima cosa, in un re, si potrebbe dire, ma stavolta se ne può guadagnare, soprattutto se sei un uomo che bussa alla porta delle petizioni. Basta insistere un po’, far capire al re che, se non si spiccia, alla porta degli ossequi perde un’infinità di complimenti ed eccoti una barca.
La donna delle pulizie ne ha abbastanza di castelli, adesso vuole lavare in mare e così te la ritrovi al molo che vuole partire con te. E sia, se dev’essere.
Ma dove andiamo? Cerchiamo un’isola. E quale isola? L’isola sconosciuta, ma senza marinai, ché quelli ora vogliono navigare solo per terre conosciute. Per fortuna che la donna delle pulizie si ricorda del filosofo del re, forse possiamo partire. Partiamo?
Io sono per mare, con José Saramago. Son poche pagine e il libro è incantevole. Mi fa scrivere e il che va già bene. E’ così che lo racconto, perché è così che l’ho trovato.

Il racconto dell’isola sconosciuta.
José Saramago
Feltrinelli, che altro?

Ciak, Alghero!



C’è stata anche una Alghero tutta mia, che mi sono presa da sola, regalata e che ho vissuto dal basso, senza presentazioni, introduzioni. La cartina è stata solo uno strumento di curiosità e non un mezzo necessario, imprescindibile. “Tò, guarda carina questa via, chissà il mare se è ad est o tutto dritto da qui”, niente di più.
Ovviamente lo zaino azzurro sulle mie spalle fa il suo sporco lavoro di viaggiatore obbligato, accumula biglietti del pullman, resti sparsi, scontrini, carte di caramelle, cartoline senza francobolli (o anche francobolli senza cartoline), biglietti da visita di ristoranti turistici in cui non entrerò, un invito a teatro per un giorno in cui non sarò già più qui e tutto quello che in quel momento desidero tenere per sentirmi più carica, piena.
Faccio partire la mattina lentamente, c’è un tiepido solicchio e dalla terrazza dove faccio colazione si vede uno spicchio di mare, abbastanza ragioni per trattenersi un altro po’ prima di uscire. Prendo quello che il viaggio dà prima che ti spolpi completamente, sì, perché alla fine ti sbarba, ti sconquassa, illudendoti di darti un immediato piacere, che in realtà arriva solo dopo notevoli tormenti. E’ il suo Bello.
Ho dormito da Chiara, che ha una casa che porta la dicitura di bed&breakfast solo perché adesso va di moda standardizzare l’ospitalità, ma quello che trovo veramente è In Domo Paris, un concentrato di sfiziosità, cura, amore per i dettagli e dedizione per la sostanza. Dovrebbero lasciare descrivere così i luoghi dove si alloggia, con tutte le parole che servono a raccontarne l’unicità e tutti i colori che la possano dimostrare al massimo. Tipo l’arancione, che è stata la sfumatura della mia anima in quei giorni e anche il colore della marmellata di quelle albicocche che questa frizzante e inesauribile nuova amica si raccoglie in giardino e si premura di trasformare in colazioni casalinghe.
Ero fuori, finalmente, ma cercavo di conservarmi ancora per un po’ il gusto dell’esplorazione cittadina, così non ho opposto resistenza a una panchina su un mirador del Lungomare Valencia, che è una sorta di cinema nella natura per cui ho ceduto alla meraviglia guadagnando un blu spettacolare.
Girovagare per le vie del centro storico è stato volutamente un percorso circolare e con rotondo intendo che non si sa bene dove inizia e dove finisce, poi si torna indietro, si riparte. Plaça del Bisbe, per esempio. Credo di aver voluto sbagliare strada almeno cinque volte per ripassare di lì, c’era qualcosa di stregato che me la faceva desiderare fortemente non appena raggiunti trenta passi di distanza, come mi tenesse assicurata con un elastico. L’ho studiata pietra per pietra, mi ci sono seduta a leggere, poi a scrivere, come fosse diventata il mio salotto personale, passava gente, salutava perché ormai la faccia era conosciuta. La ragazza della biblioteca catalana mi ricorda di andare a teatro il giorno dopo, che c’è un premio di poesia, me lo ha ben descritto poco prima, quando, dopo essere entrata tra quei numerosi libri, mi ha anche spiegato curiosità sull’Alguerès, per mia immane gioia.




Poco più in là, in una stradina dimenticata dai turisti, che mi pare strano non percorrere, una donnina anziana e felice cucina cantando in Sardo qualcosa che ascolta dalla televisione, con il grembiule indosso sta pulendo qualche verdura sul tavolo e lo fa con la porta aperta sulla via, ché tanto da lì chi vuoi che ci passi. Il sole è quasi alto e comincio a percepire meglio le tonalità miele e crema scrostate delle facciate, il trenino turistico immancabilmente giallo e rosso trotterella sui ciottoli, che sento definiti sotto i piedi e non mi azzardo a pensare quanto li percepiscano i passeggeri su quell’aggeggio con le ruote. Ho fame, devono essere stati gli odorini della casa della signora. Diciamo che per caso mi ritrovo nella mia piazzetta, forse perché mi ero imparata a memoria tutti i menu della zona e, guarda il caso, proprio il migliore mi sembrava di averlo visto lì. Persino il cameriere sembra impietosito dalla dipendenza che quel posto mi ha provocato e, dopo i miei culurgiones al ragù di agnello, mi offre un passito, perché sennò il menjar blanc non è lo stesso.
Prima che la burrasca si manifesti troppo, provo a trattenere l’ultimo sole, così mi arrampico sulla torre di Porta Terra, sperando di sentirlo più vicino. Lì trovo una buffa signora francese che viene da Berlino, che insiste nel ricambiare una foto che mi ha chiesto di farle. Sono quindi costretta a posare per farla sentire meno in debito e alla fine torniamo entrambe a casa con un ricordo scattato da qualcun altro che non siamo noi, che improvvisamente risulta strano se si viaggia da soli. Grazie Cécile!


Sfioro i bastioni, giusto per vedere il mare e la faccia nota, la vetrina della città, ma mi accorgo di preferire invece l’essenza autentica che sta dentro. Faccio appena in tempo a vedere con la luce giusta i vasi di fiori di un quartiere che si cura di sé e le nuvole pervinca invadono il cielo già plumbeo e fosco. Come un sipario il temporale lascia spazio ai miei applausi interiori e decide per me che è ora di andare, per questa volta. Mi aspettano delle marmellate di corbezzolo e mirto sul gorgonzola di capra, che possono essere un motivo valido per perdonare il tempo inclemente. Il film è finito, la giornata cominciata come su una poltroncina del Centrale chiude con dei veri titoli di coda, le tante parole che ci siamo dette io e Chiara, sul divano di casa sua prima di andare a dormire, mentre Boris, l’energia impersonata in un tenerissimo minuscolo cane, ci travolge di affetto in cambio di numerose carezze. L’arrivederci ad Alghero è abbagliante, come all’uscita dal cinema che si rispetti, gli occhi faticano ancora ad abituarsi alla realtà, alla luce fuori da lì. Al prossimo spettacolo.













Amici sconosciuti

Ho ancora il cuore in subbuglio per via di Alghero. In questi dieci giorni di ritorno alla normalità mi sono volutamente conservata al massimo il senso di stordimento post-vacanza, in pratica se mi cercate può darsi che vi risponda che non sono ancora tornata. Sarà stato il fatto che ho viaggiato in solitaria? Non credo proprio.
Sono partita dopo anni di curiosità, convinta che dovessi andare in questo angolo di Sardegna spolverato di catalanità per capire quanta Aragona ci fosse in realtà per quelle strade. Quello che ho trovato prima di tutto è la gente. Non sto parlando degli abitanti che trovi alla fermata del bus o mentri aspetti di attraversare la strada (anche se pure quelli fanno la loro parte), ma di veri amici, ovvero, in questo caso, persone che non hai mai visto in vita tua, di alcuni dei quali ignoravi persino l’esistenza, ma che si rivelano dei piacevoli confidenti e degli ottimi compagni di allegria.
Prendi Giancarlo e Dominella, due personaggi che anche un buono scrittore faticherebbe a inventare così bene. Non sono una di quelle coppie dove uno dei due è un sognatore incallito e l’altro  è quello che cerca di tenerlo, quando serve, con i piedi per terra. Non sono nemmeno entrambi dei visionari che vivono a pane ed emozioni oppure due realisti svegli e disincantati. C’è un equilibrio spaventoso, che ho faticato a veder vacillare, un baricentro perfetto che fa sì che si alternino nel fantasticare, con l’unico rischio di stare bene. Non potevo avere più fortuna di così, nel trovare loro, tramite Guide Me Right (sì, anche stavolta mi ha dato enormi soddisfazioni), a offrirmi una passeggiata alla grotta delle Brocche Rotte. Senza Giancarlo e Dominella avrei solo visto e non sentito, cosa che per quel travolgente posto che è Capo Caccia sarebbe stata veramente uno spreco. Mi hanno raccolta distrutta dal viaggio, mi hanno offerto un caffè come se non ci vedessimo solo da qualche giorno e mi hanno coccolata nella mente e nell’anima per le ore successive. Durante il viaggio in macchina verso la grotta già mi facevano capire che c’era molto di cui entusiasmarsi, indicandomi ogni cosa che vedevamo dal finestrino come si fa ai bambini per mostrare loro, a poco a poco, il mondo là fuori: “guarda!
E’ stato un sollievo avere anche l’occasione di parlare di noi, un modo per sentirsi a casa e allo stesso tempo un’oppurtunità per raccontare i nostri territori. Nonostante fossi io quella con lo zaino sulle spalle, non mi sono mai sentita la turista che segue i locali, ma anzi sembravamo tutti e tre nel pieno di un viaggio, tutti con la macchina fotografica in mano, meravigliati insieme dalla natura, dai colori del mare, le sue sfumature e dalla pace di un paesaggio che è pura poesia. Un piacere infinito avere gli stessi occhi e stupirsi tutti come la prima volta, anche se lo era solo per me. Ho percepito tanta premura, un affetto sincero che sa dare chi sta facendo qualcosa che ama sul serio e vuole condividerlo con te giusto per farti sentire il suo tipo di gioia, senza aspettarsi nient’altro che un tuo sorriso sulla faccia di fronte a un tramonto strepitoso.


Ed ecco che la giornata finisce in bellezza quando ci incontriamo con gli altri local friend della zona. Ceniamo in una focacceria dalla quale, a loro parere, non si può prescindere: le schiacchiate del Milese sono un buon modo per riempire la pancia ad Alghero e Chiara, Giancarlo, Dominella, Andreina, Roberto e Renato con il suo amico polacco mi includono per tutto il tempo nelle loro risate. Mi dicono esserci una linea immaginaria sotto la quale l’Ichnusa nel bicchiere non può mai rigorosamente scendere. Se lo appoggi per mezzo secondo sul tavolo è un attimo che te lo ritrovi magicamente di nuovo colmo, responsabile il commensale vicino, nel suo turno di offrire un giro di birra. Mi spiegano che è il miglior sistema per perdere il conto. In realtà il conto lo perdi solo per la fantastica serata che ti fanno passare, senza sentirti mai, per mezzo secondo, fuori dal coro. Insomma, sono stata in viaggio da sola…si fa per dire!

Avremo sempre Parigi

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“Essere parigino non vuol dire esserci nato ma esserci rinato”

Ormai non ho più timori, né dubbi, né ripensamenti quando devo tornare in un posto che ho già visitato. So già che sarà come uscire a comprare il pane, perché conosci bene la strada e allora riesci a goderti gli incontri con le persone e puoi permetterti di alzare gli occhi al cielo senza paura di perderti niente. Parigi però mi attendeva da un po’, l’avevo riposta in un cassetto che ho faticato non poco a riaprire, forse per la paura di rimanere delusa da quello che in realtà è stato il mio primo folgorante amore. parisFu il primo viaggio oltre confine, quello più lungo, progettato più attivamente, affrontato con consapevolezza disarmante, con cartina alla mano e taccuino in tasca dove conservare ogni possibile biglietto e scrivere che “alla vista dell’Opera mi sono tremate le gambe”.
Tornare a Parigi oggi includeva il rischio del disinganno, non tanto da un incontro che non si ripeteva da un po’, ma da una sensazione, un sentore che poteva non essere lo stesso, perché io non ero la stessa. Non credo sia un caso che ci siano voluti mesi per riportare a parole questa prima esperienza dell’anno e forse proprio aiutata da questi giorni di caldo insopportabile la mia mente ha provato a viaggiare indietro in quel clima grigio e fresco.
Si va, si va. E’ l’alba e l’unico peso che porto con me è il mio zaino azzurro che, dati i suoi quindici anni di esistenza, ha già visto Parigi insieme a me la prima volta. Il tempo corre, la nostra fuga dalla quotidianità durerà poco più che un giorno, sappiamo che sarà una visita da affrontare con l’intensità massima a disposizione per un viaggio e, paradossalmente, ci mettiamo a percorrere per intero Avenue des Champs-Élysées, praticamente otto chilometri di meraviglia. Un bacio al Jardin des Tuileries, uno al Louvre e un croissant di quelli da ricordare per la vita intera per poi raggiungere finalmente il Marais, meta guadagnata goccia a goccia, entrando pian piano nel cuore della città, a piedi e con gli occhi spalancati a più non posso.
Il riposo che ci meritiamo ce lo concede Place des Vosges, che più che una piazza è una casa, un nido che accoglie e ripara, un tenero rifugio dal mondo, una tana di pensieri e soprattutto di parole. Non a caso Victor Hugo, a star qui, era parecchio ispirato. Sento che sarei capace di starci a giornate intere, senza per un attimo stancarmi di quel senso di protezione, tanto da ascoltarci musica, leggere e forse persino scrivere, ché tanto in quel quadrato di mondo non sei affatto vulnerabile.paris_vosges
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okokok
Il pranzo non ci passa dalla mente, un po’ perché appagate dal croissant di poco prima, un po’ perché sappiamo già che ci sazieremo d’arte di lì a poco. Musée Picasso, di domenica. Ovunque ci sono famiglie parigine che invece che a comprare mobili svedesi portano i bambini a vedere che il mondo è in realtà un bel posto e ci si possono fare delle grandi cose. Le mamme si abbassano a guardare le opere in ginocchio per terra e i papà tengono a portata di mano interi astucci, perché se il quadro ai bimbi piace è un attimo che chiedono foglio e matite. Le sale sono affollate, ma nessuno si lamenta se non si può avvicinare troppo a vedere le pennellate dell’artista, perché avere tra i piedi quei disegnatori in miniatura è solo un piacere. Passiamo tre ore nella testa di Pablo, scoprendo che alcuni suoi pensieri li conoscevamo e che altri sono una vera sorpresa.

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Per quanto l’arte appaghi, le nostre cellule chiamano a gran voce nutrimento e, dato anche che al museo stanno per chiuderci dentro, ci mettiamo alla ricerca della cena nonostante siano passate da non molto le 18. In realtà il nostro diventa più un ramblejar tra rue du Veille temple e rue des Rosiers. E’ passato un mese soltanto dall’attentato, ma, come in una sfida, per strada le culture si mischiano e si amalgamano pur mantenendo sempre il proprio essere, tanto che con fierezza si vedono salutare i militari che controllano la zona. Così le vie sono piene di umanità, condivisione e rispetto.
Per scacciare l’intorpidimento del venticello gelido del nord mi mangio una bella ciotola zupposa di fagioli, trippa, salsiccia e cotiche, che tanto ormai mi conosco bene e solo in quel momento sento di essere in viaggio. Mi preparo così inconsapevolmente all’indomani, ignara di dover vivere una potente sensazione di incantevole smarrimento, vale a dire mettere i piedi sulla punta dell’île de la cité, l’inizio di tutto anni fa e stavolta anche la fine. Parigi mi ha travolta come un tempo, ti passa attraverso nello stesso identico modo di sempre. Tu puoi cambiare, lei pure, ma il come ti sconvolga rimane maledettamente quello, meraviglioso e struggente.

Un’ordinaria giornata di festa


Anno Domini 1398, quasi mille e quattro!
C’è un periodo dell’anno, più precisamente agosto, in cui la mia città toscana, Volterra, si scopre in fermento, trepidante. Sono ormai diciotto anni che gli abitanti mettono su una giornata medievale (anzi due!), ma ogni volta l’entusiasmo è lo stesso. Quello che ogni volta osservo è la partecipazione sentita di tutti a questo evento che ormai è diventato il nostro vestito più bello, quello della domenica, la nostra torta che ci viene meglio, il servizio buono che si tira fuori solo per gli ospiti. C’è chi ci lavora un anno intero con fierezza, ma i granelli di orgoglio non risparmiano neanche chi della festa è solo spettatore, perché questa ora è la nostra giornata, il nostro momento e non ci limitiamo più a costruirla per il turista che passa per caso. Ci piace immaginarsi vestiti da dame, mendicanti, cavalieri, non ci annoia ogni anno assaggiare di nuovo il vino speziato venduto a gran voce o assistere allo spettacolo di fuochi finale, né disdegnamo farci due risate con dei giullari burloni o provare a tirare con la balestra, quasi fosse diventata un’occasione di festeggiare la città quanto un patrono, tanto che se ci salutiamo con “ci si vede alla festa!” è proprio questa. Credo sia perché, come dico sempre, c’è poco di meglio che sentirsi turisti nel proprio paese, scoprire, lasciarsi affascinare, con il vantaggio in questo caso di crearsi la meta con le proprie mani. Così c’è chi cucina tigelle e arrosticini, chi affetta della porchetta, chi balla in piazza, chi suona, chi lancia in aria bandiere, chi racconta come si realizzava la carta, chi mette in piedi il mercato delle erbe, chi si fa leggere la mano, chi gioca come i bambini di una volta con quelli di oggi, chi vende medicamenti, chi impaglia cestini, chi si avvia al patibolo, chi carda la lana e chi, con gli occhi sorridenti, semplicemente si gode lo spettacolo.





festa medievale
volterra